#91 Takotsubo
Benvenuto dolore, mio animale.
Ciao, sono Nina Gigante, una giornalista, Holistic Nutritionist for body and soul® e Oriental Medicine Health & Wellness Coach (UK, USA). In Italia, sono membro dell’AIHC (Associazione Italiana Health Coach).
Ogni giovedì qui troverai spunti di benessere integrato che spaziano tra Oriente e Occidente e, saltellando tra pratiche millenarie e le più recenti scoperte scientifiche, ti aiutano a tornare a casa da te stessa. Non per diventare la “versione migliore di sé”, ma, al contrario, per stare meglio con ciò che si è: anche questa è Medicina.Terracielo usa quasi sempre il femminile sovraesteso.
L’animale che siamo lo sa bene -
vede il piú folle passo che ci attende
lo spalancato abisso che ci chiama.
L’animale,
l’animale che siamo dorme male -
è atterrito.
Sua è la stanchezza in cui ci consumiamo.
Noi dormivamo e lui restava teso, noi leggevamo
e lui ci strattonava, noi ridevamo e lui no
non rideva.
Io ascolto lo sgomento dell’animale che sono.
Gli accarezzo il petto nel mio petto.
Appoggio la fronte alla sua zampa-mano.
Sono al mondo. Siamo. Vorrei fare un pianto per tutti. Per tutto.
Mi appaiono i miliardi di animali
che teniamo rinchiusi malamente
e poi mangiamo. Vedo i musi. I becchi
Le squame sanguinanti. Ho pena.
E l’umano guerreggiato. E quelli che hanno
fame. Quando l’orrore è grande
non si piange nemmeno.
Tieni la mia voce. Sono capace
di dare solo questo. Tieni
le mie parole. Mi svegliano la notte
per uscire da me e mettersi sul foglio.
Solo questo poco riesco a fare.
Benvenuto dolore. Mio animale.
Guidami tu - ora.
Mariangela Gualtieri, L’animale che siamo. Ruvido umano. Einaudi
In medicina la chiamano sindrome di Takotsubo: il cuore che, sotto il peso di un dolore troppo grande, cambia forma. Si deforma. Prende il profilo di una trappola per polpi giapponese: il ventricolo sinistro si gonfia, si paralizza, dimentica come si fa a contrarsi bene. È il corpo che registra e mostra ciò che le parole non riescono ancora a dire.
La descrissero per la prima volta in Giappone, negli anni Novanta. Colpisce soprattutto noi donne. Dopo uno shock emotivo: un lutto, una notizia che non si era pronte a ricevere, una paura che toglie il fiato. Il cuore viene inondato di catecolamine (adrenalina, noradrenalina) e si piega sotto una tempesta chimica che lo stordisce. E lui, quel muscolo che non si ferma mai, per un momento si ferma. O quasi.
Si può morire di crepacuore. O almeno, il cuore ci prova, a spezzarsi per davvero.
Nella maggior parte dei casi, il cuore guarisce. Torna alla sua forma. Come un animale che si è raggomitolato attorno alla ferita e poi, piano, distende di nuovo il corpo. Riapre le ali, stiracchia le zampe, alza il muso al primo refolo di vento, si lecca le ferite. Ricomincia a battere come prima. O forse non come prima, forse meglio: con quella tenerezza e determinazione che resta addosso a chi ha saputo farsi cava, rifarsi grembo per se stessa, farsi abbastanza morbida da contenere l’insostenibile.
Come se il corpo sapesse che a volte, per sopravvivere al dolore, bisogna prima accoglierlo. Deformarsi intorno a lui. Fargli spazio. Lasciare che occupi tutto. Tenerlo stretto come si tiene stretto qualcuno nella notte. Specie se quel qualcuno sei tu.
È successa una cosa, questa settimana, così grande, inaspettata e orribile che non riesco a parlarne, tanto meno a scriverne. Ho la febbre a 39, vomito da 3 giorni, non dormo da 4.
Solo questo poco riesco a fare.
Benvenuto dolore. Mio animale.
Guidami tu - ora.
A giovedì prossimo, Nina
La puntata che ti consiglio oggi è:






Mi sei capitata per caso. Io ho perso mio fratello per questa sindrome. Ricordo ancora che mentre aspettavo in corridoio il cardiologo venne da me a chiedermi se mio fratello avesse subìto un lutto o una rapina negli ultimi giorni, oppure un trauma. Gli ho chiesto se “ultimi mesi” al posto di “ultimi giorni” fosse la stessa cosa. Stava soffrendo tempo per una relazione finita male e dei cambiamenti nella sua vita lavorativa e quotidiana che non riusciva ad accettare. Era in una situazione di stress costante e violento. Il suo cuore non ha retto e per la prima volta in vita mia ho sentito quel nome: Takotsubo. Mio fratello aveva solo cinquant’anni e il cuore si è spezzato anche a noi. Te lo scrivo perché credo fermamente nel lavoro su sé stessi e nel cercare aiuto quando si soffre. Soccombere (letteralmente) al dolore è una roba che non si dovrebbe nemmeno immaginare.
Ti mando un abbraccio.
Ti abbraccio stretta ♥️